Kiaris, un'arte senza tempo per il senso del tempo

 

Giorgio Kiaris è nato nel 1968 a Roma, nel cui Liceo Artistico si è diplomato con Gastone Biggi, per poi frequentare la facoltà di architettura.
Inizia a dipingere nel 1989, frequentando assiduamente l’atelier di Biggi, del quale attualmente è assistente.
Ha compiuto numerosi viaggi in tutta Europa e negli U.S.A., dove ha realizzato reportage fotografici con particolare interesse all’architettura e al paesaggio.
Alcune sue opere sono installate in permanenza, nella sede Direzionale di Piacenza della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza; ha anche eseguito un grande pannello per l’Ospedale Nuovo di Imola.
Hanno scritto del suo lavoro: Gastone Biggi, Eugenio Miccini, Elena Pontiggia, Leo Strozzieri.
Negli anni ha eseguito diversi cicli pittorici: “Panie”, “Rifrazioni”, “Sincroni”, “Mitologie”.
Collabora con Gastone Biggi alla realizzazione di eventi culturali (convegni, dibattiti, lezioni).
A Parma, ha organizzato e coordinato la mostra Antologica di Gastone Biggi “Autoritratto 1947-1999”, tenutasi a Colorno e a Langhirano (PR) nel 1999.
Ha curato la grafica di diversi libri d’Arte, di Poesia e Saggistica.
Nel 2006 ha realizzato un cortometraggio sul lavoro di Gastone Biggi dal titolo “Art in Progress”,opera che è stata selezionata per il concorso Cinema d’Arte V edizione Festival Internazionale del Cinema d’Arte Bergamo 2006.

 
 

 

 

 


 

 
Chiudete gli occhi. Pensate al concetto di galleria d’arte, alla sua trasposizione mentale. Vi troverete di fronte al binomio classico “critici-mercato”, ovvero il proporre, ormai da anni, uomini d’arte più o meno validi, sinceramente datati, che non fanno più da specchio alla cultura contemporanea. Uomini d’arte, non artisti: persone che vivono nell’arte ma che non la fanno, che cercano disperatamente di carpirne i segreti senza riuscirvi, come tendendo ad una preda riservata a pochi eletti. Ora tornate alla realtà, non però a quella classica. Già perché ne è appena nata una nuova, diversa da tutte le altre. Forse parlare di una semplice galleria è sbagliato, riduttivo: ArtTime vuole essere qualcosa di altro, qualcosa di più. Vogliamo essere testimoni di quella inquietudine continua che è motore del nostro divenire. Vogliamo rendere visibili i fenomeni che l’opaca consuetudine, alleata con il “sistema dell’arte”, ha colpevolmente nascosto nelle pagine incollate o stropicciate della storia.